
Capelli rossi e gatti rossi
La nonna mi ha raccontato che quando lei era piccola i capelli rossi erano considerati brutti e di conseguenza chi li aveva veniva preso in giro, veniva chiamato pel di carota e si credeva addirittura che portassero sfortuna.
«Piccola mia, adesso i capelli rossi sono considerati belli e sono di moda, tant’è che continuo a tingerli del loro colore per coprire i fili bianchi», ha detto facendomi l’occhiolino, per poi riprendere: «Ma quand’ero bambina io, non era così. A scuola c’era chi mi prendeva in giro per le lentiggini e per il colore dei capelli. Ero soprannominata la rossata o pel-di-carota. Una volta un ragazzo mi ha addirittura detto che i capelli rossi portavano sfortuna. Se solo avesse immaginato…»
Invece alla nonna, a quanto pare, hanno portato una grande, grandissima fortuna. Mi dice spesso che se non fosse stato per i suoi capelli rossi, non avrebbe incontrato Tino-I e oggi non sarebbe qui… E adesso che ci penso, non ci sarei nemmeno io!
Ma non capisco proprio cosa c’entri un gatto rosso con i capelli rosso-rame e con lo scorrere del tempo. Sì, perché la nonna ha anche detto che grazie a Tino-I il suo orologio non si è fermato alle 22.39. Inizio a pensare che forse mia nonna sia un po’ strega: parla di numeri strani, ha un gatto uguale ai suoi predecessori – e quando dico uguale, intendo proprio uguale, ugualissimo, preciso!–; ha i capelli rossi spesso sparati in aria (lei dice che è uno spettinato fashion) e una volta all’anno, proprio a ottobre che è il mese di Halloween, si veste di nero e se ne va via per alcuni giorni. Se aggiungiamo che ha paura dell’acqua… posso credere che forse sia una strega.


La catastrofe
Il cielo si era illuminato a giorno, ma di una luce anomala, tetra. Poi mantello del buio si era confuso con l’onda crudele che aveva diligentemente scavalcato la diga. Si erano mescolati e compenetrati generando una spessa nebbia, un vapore umido che andava trasformandosi in un vento colmo di goccioline taglienti. Un buio impenetrabile avvolgeva tutto.
Quello che è accaduto dopo è confuso, si tratta di boati, urla, fragori, frastuoni assordanti, movimenti che non ho mai cancellato dalla memoria. L’acqua è arrivata ai nostri piedi per poi salire sempre più. Io ed Emma siamo riuscite ad aggrapparci alle travi sopra cui si era arrampicato Tino. Ho teso la mano alla bidella, ma lei si è diretta verso la camera dei suoi bambini al piano terra. Ho sentito lo sciabordio dell’acqua in basso e una serie di tonfi. In quel momento il mio cuore si è fermato e ho chiuso gli occhi per evitare che mi si spezzasse. Non percepivo più né le gambe né le braccia né il mio respiro. Non so per quanto tempo siamo rimaste lì, avvinghiate alla trave della nostra salvezza. Un silenzio irreale era calato su Longarone. Faceva male alle orecchie; spezzava il ritmo del cuore e del respiro. Era un silenzio grigio, cupo che avvolgeva tutto; un silenzio senza tempo. Ci sentivamo sospese in uno spazio e in un tempo indefiniti e indefinibili.
Poi il nulla che si stava impossessando di noi è stato squarciato da grida disperate. Io ed Emma ci siamo guardate senza riconoscerci; lo sguardo della mia amica era cupo, svuotato. Ho immaginato che il mio fosse identico, ma non avevo nemmeno la forza per pensare, non capivo nemmeno dove fossi, chi fossi; per un attimo ho creduto di essere morta, ma un miagolio mi ha riportato alla realtà.

Sessant’anni dopo
Dopo qualche giorno dalla nostra chiacchierata la nonna ci ha invitati a una riunione, dove abbiamo riconosciuto alcuni dei suoi amici. Io e Michi ci siamo guardati con un sorrisino sciocco, poiché l‘età media dei presenti in sala era di circa ottant’anni; ma il clima era frizzante, come se avessimo davanti dei ragazzini pronti a giocare. Ognuno aveva portato qualcosa da bere o da mangiare e ciascuno di loro aveva o un libro o un quaderno- raccoglitore da condividere. La nonna aveva quei quaderni che poggiava sempre in alto sulla scaffalatura, quelli che rientravano nella sua privacy; perciò la mia curiosità era altissima. C’erano anche altri bambini e alcuni ragazzi, ognuno accanto al rispettivo nonno o nonna per ascoltare le testimonianze. C’era anche un fotografo che scattava primi piani e foto di gruppo muovendosi silenziosamente tra le sedie e i tavoli.
Ciascun nonno e nonna era elegantemente vestito e indossava il cappello della divisa d’ordinanza.
C’era anche pro Chechi e un signore con la fascia Tricolore che poi abbiamo scoperto essere il sindaco di Longarone. È stato il primo a parlare, dicendo: «Non possiamo dimenticare. Su Longarone, la vecchia Longarone, si è abbattuta una prima onda terribile, devastante. Un’onda nata da errori umani e interessi economici… Un’onda che nel suo doppio moto di andata e ritorno ha spazzato via Casso, Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Non voglio dilungarmi in polemiche sulle quali si è già abbondantemente scritto, detto, discusso e processato. Oggi sono qui per ricordare le onde successive a quella catastrofica delle 22.39 del 9 ottobre 1963. In primis l’onda della solidarietà che oggi voi siete qui a ricordare e a rappresentare…».
Nel frattempo un suo collaboratore faceva scorrere le immagini di un power point.
«Uomini, donne, bambini, anziani, civili, militari; mani, mezzi, ma soprattutto cuori il cui battito era reso irregolare e stonato dal dolore, sono intervenuti per aiutare la popolazione di Longarone e dei paesi limitrofi investiti dall’onda. Persone la cui vita è cambiata per sempre. Persone che non hanno mai dimenticato gli orrori visti in quei giorni (…)».

